Spediacci: “Copiando Bebe sono arrivata a sognare i Giochi“

Spediacci: “Copiando Bebe sono arrivata a sognare i Giochi“

Quando affronti la vita con il sorriso e non ti arrendi, l’ostacolo che puoi trovarti davanti non ti fa tornare indietro. Lo superi e prosegui. E’ così che Elisa Spediacci ha fatto di fronte alla meningite meningococcica di tipo C. “Mi sono ammalata l’11 giugno

  1. La patologia ha comportato una vasculopatia periferica con lesioni necrotiche agli arti inferiori e superiori a causa delle quali ho perso il piede sinistro e alcune falangi delle dita delle mani”. La 31enne di Massa non è - appunto - tornata indietro e punta a orizzonti internazionali nel suo sport, il sitting. “Sono l’ultima arrivata in Nazionale e non ho ancora la classificazione, se dovesse arrivare in tempo punto a fare parte del gruppo per le Paralimpiadi. E’ difficile. Più realistica, invece, la partecipazione agli Europei e, con la squadra di club, la vittoria dello scudetto”. Elisa si allena 2 volte a settimana a Pisa con il Dream Volley Pisa e ai collegiali con la Nazionale che si tengono “due volte al mese”.

VITA SPORTIVA

—   Lo sport ha sempre fatto parte della sua vita: “La disciplina e la determinazione che mi ha insegnato mi sono servite anche pe affrontare la malattia: come in una gara volevo vincere e non mi sono arresa”. L’azzurra pratica sitting da due anni: “Mi sono appassionata perché quando gioco non ho bisogno di ausili, posso farlo essendo solo me stessa: basto io. Non servono le falangi che non ho più, non serve la mia gamba finta perché riesco a giocare così come sono e questo mi dà un grande senso di libertà. Amo anche l’idea della competizione: quella voglia di vincere, di emergere di essere i migliori, idea che contrasta con il concetto di disabilità insito nel senso comune. Non ci basta partecipare, perché vogliamo essere protagonisti! Con il sitting per la prima volta sono entrata a far parte di una squadra, ho imparato che quando sbagli c’è subito qualche tua compagna ad aiutarti, ma allo stesso tempo ho subìto il peso e la paura di sbagliare. Ho provato emozione e gioia di esultare insieme alla squadra: la condivisione è uno degli aspetti che più mi piace”.

L’ODISSEA

—   Ed è stata importante quella avuta con il suo medico dopo le amputazioni subite: “Inizialmente ero arrabbiata, incredula. Mi chiedevo perché una cosa così terribile fosse capitata a me. Avevo dolori forti e orribili macchie che si stavano mangiando il mio corpo. Ma la cosa peggiore era non sapere cosa sarebbe stato di me. Mi dissero subito che il mio percorso in ospedale sarebbe stato lungo se avessi voluto salvare più pezzi possibili. Non sapevo quanto mi avrebbero dovuta amputare, bisognava solo aspettare che la malattia facesse il suo decorso e vedere se le cure avrebbero migliorato la situazione. Poi, una volta fuori pericolo, ho iniziato a fare l’ossigenoterapia e ho conosciuto un medico speciale che mi ha detto queste parole: “Non capisci la fortuna che hai avuto, non voltarti più indietro a guardare il passato che tanto non può tornare, guarda avanti e costruisci la tua nuova vita”. L’ho odiato in quel momento, avrei voluto urlargli contro, ma tanto non avrei potuto. Non sopportavo quella verità così schietta, speravo ancora di potermi svegliare e capire che era un brutto sogno. E soprattutto non capivo dove fosse la fortuna di cui parlava”.

IL CROCEVIA

—   “Poi però ho saputo che tanti ragazzi come me erano morti. In quel momento mi è scattato qualcosa dentro e ho deciso di lottare. Ho pensato che un po’ lo dovevo anche a chi non c’era più, a chi non aveva avuto una seconda opportunità. Non potevo sprecare la mia vita. Fino a quel momento fingevo di non essere disperata per amore di chi mi stava accanto perché immagino la sofferenza che avranno provato a essere impotenti davanti a tutto quello che mi stava accadendo, ma dentro ero molto scoraggiata. E’ stato fondamentale l’amore della mia famiglia, della mia migliore amica e delle persone che mi sono state accanto e della mia seconda famiglia: Art4Sport! Quand’ero in ospedale ho iniziato a fare ricerche sui ragazzi amputati e ho trovato Bebe. Attratta dalla forza di questa ragazza ho deciso di scriverle. È stato così che sua mamma Teresa mi ha contattata e dopo poco lei e Ruggero (papà) sono venuti a trovarmi. Tanto hanno contribuito anche medici e infermieri”. E’ cambiato così il suo modo di pensare: “Mi sono detta: non avrai il piede, ma hai tanto altro, sarai quella che ce l’ha fatta nonostante tutto. Ha funzionato perché quando racconto la mia storia non leggo compassione, ma ammirazione in chi ascolta. E’ importante cogliere sempre il lato positivo in ciò che ci accade. Io ho cercato di trovare nella mia disabilità più che delle limitazioni delle opportunità”. Elisa è un vulcano: “Prima della malattia studiavo ingegneria poi ho deciso di cambiare e mi sono iscritta a ingegneria biomedica. Mi piacerebbe lavorare nell’ambito della progettazione di protesi o dell’ingegneria tissutale. Una mia grande passione è la cucina: quando ho tempo studio i miei chef preferiti e cerco di inventare qualcosa di mio. È una passione che condivido con la famiglia: questo rende i pranzi della domenica speciali”. Come la sua magnifica rinascita.

Fonte: https://www.gazzetta.it/Paralimpici/07-05-2021/paralimpici-spediacci-copiando-bebe-sono-arrivata-sognare-giochi-410805954582.shtml

Nancy
Nancy Non esistono per me storie ed emozioni che non possono essere narrate, o volti, i cui profili, non possono essere fedelmente tracciati.
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